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venerdì 5 maggio 2017

LA TRAGEDIA
La tragedia Greca è un genere teatrale che univa recitazione, canto
Mosaico romano con maschere teatrali, una di satiro
e danza, nato nell’antica Grecia intorno al VI secolo a.C., si diffuse anche in Asia minore, ma raggiunse la sua massima importanza ad Atene nel V secolo. Il nome deriva dalla parola greca “τραγ
δία”, che significa letteralmente canto dei capri, riferendosi ai satiri. L’etimologia richiama anche un sacrificio che veniva svolto in epoca arcaica in onore di Dioniso, di cui resta il ricordo anche nell'altare a lui dedicato al centro dell'orchestra di ogni teatro.

Dioniso
Tra le più importanti tematiche affrontate dalla tragedia si possono individuare le considerazioni sulle responsabilità individuali nell'agire umano, sul rispetto della giustizia, sul nesso tra colpa umana e castigo divino, sulla necessità di controllare passioni e sentimenti. I più importanti e riconosciuti autori di tragedie furono Eschilo, Sofocle ed Euripide.

La tragedia è l’estensione drammatizzata dei riti in onore di Dioniso e deriva dalle cerimonie in suo onore, in origine probabilmente dei canti (ditirambo) che narravano eventi e storie tratti dal mito. Nel 433 a.C. l’importanza della rappresentazione delle tragedie aumentò, poiché iniziarono a far parte delle Lenee, ovvero le feste delle Baccanti, legate al culto di Dioniso, che si svolgevano tra gennaio e febbraio.
In occasione delle rappresentazioni drammatiche lo stato bandiva dei concorsi, in cui gli arconti sceglievano tre poeti che avrebbero vinto fra i concorrenti. Ognuno di essi doveva presentare quattro opere, tra cui tre tragedie e un dramma satiresco. Al termine delle rappresentazioni i giudici assegnavano come premio al poeta vincitore una corona d’edera, oltre ad un cospicuo premio in denaro. 
Maschere di teatro greche
Secondo la tradizione nel 534 a.C. la vittoria  in questo concorso andò a Tespi, che presentò la prima tragedia, ovvero un canto corale intervallato da parti recitate da un attore e preceduto da un prologo. Fu lui quindi ad introdurre il primo attore (υποκριτης) che dialogava col coro, per cui i fatti che prima erano narrati dal corifeo (capo coro) ora venivano rappresentati. Pare inoltre che sempre Tespi abbia iniziato a trattare diverse leggende mitologiche, non più legate esclusivamente al culto di Dioniso, ma è probabile che sotto il suo nome vengano raggruppate modificazioni di età successive. 

La sua rappresentazione ottenne tanto successo che non solo riportò la vittoria, ma da allora venne istituito un concorso annuale per questo nuovo genere di rappresentazione. Sarebbe stato successivamente Eschilo ad introdurre il secondo attore, ampliando così la parte riservata al dialogo, rispetto a quella lirica del coro e introducendo la possibilità di porre a confronto idee e individualità diverse. Sofocle, infine, avrebbe introdotto il terzo attore (questo rimase il numero definitivo di attori in scena contemporaneamente , ciascuno di essi poteva però interpretare più ruoli, cambiando maschera) e l'utilizzo della scenografia, ma soprattutto avrebbe portato il numero dei coreuti da 12 a 15, consentendo al corifeo (capo coro) di assumere una funzione di spicco e ben distinta dal resto del gruppo.
Eschilo ( 525-456 a.C.)
Sofocle (497-406 a.C.)
Euripide (480-406 a.C.)

C. Barberis, E.Noseda, "Geoarché", vol. 1, Principato, 2012

FUNZIONE DELLA TRAGEDIA GRECA
La tragedia greca ha come suo scopo fondamentale  il tentativo di inquadrare razionalmente fatti e vicende oltremodo problematici, interpretandoli alla luce di ideali, valori, schemi e modelli di comportamento esemplari (sia nel bene sia nel male) e di  impressionare emotivamente il pubblico, suscitando forti emozioni.
Aristotele
Il primo studio critico sulla funzione della tragedia è contenuto nella Poetica di Aristotele. Egli afferma: "La tragedia è dunque imitazione di una azione nobile e compiuta [...] la quale per mezzo della pietà e della paura provoca la purificazione da queste passioni" Quindi,  gli eventi terribili che si susseguono sulla scena fanno sì che lo spettatore da un lato si immedesimi nell'eroe tragico attraverso il "pathos", dall'altro ne condanni la malvagità o il vizio. Questo processo di purificazione viene chiamato "catarsi".

Occorre aggiungere, però, che la tragedia e il teatro in genere hanno rappresentato nel mondo greco un'esperienza sicuramente diversa e di più vasta portata di quanto avviene nel mondo di oggi. Anzitutto il teatro  si rivolgeva ad una collettività e non al singolo individuo e presupponeva quindi una partecipazione comunitaria e diretta, fondata sull'esperienza visiva e uditiva, non mediata dalla lettura. Inoltre, la finalità di spettacolo (valore estetico/artistico), oggi prevalente, si accompagnava a quella religiosa (i Greci sentivano di partecipare ad un rito, più che ad uno spettacolo), a quella politica (gli spettacoli erano organizzati dallo stato, che vi annetteva una fondamentale funzione educativa, attraverso la riflessione e la partecipazione dei cittadini ad un'esperienza comunitaria) e a quella agonistica, così caratteristica della mentalità greca (la competitività veniva espressa e ratificata in forme costruttive e condivise e sanzionata con un esito pubblico).


RELAZIONE TRA TRAGEDIA E MITO
Il teatro greco di Siracusa
Occorre infine approfondire quale sia stato il rapporto  tra la tradizione mitico-religiosa e la tragedia, in quanto essa ripropone e riplasma il materiale mitico ereditato dal mondo arcaico:  i contenuti delle opere attingevano infatti ad un patrimonio di racconti mitici tradizionali. 
Quando la rappresentazione tragica si afferma e diventa prerogativa dello Stato in Atene, il mondo del mito è già sentito come distante, ma non per questo esso è vissuto come estraneo o insignificante. I Greci, almeno per tutta la prima metà del quinto secolo a.C., continuano a percepire il mito come un elemento costitutivo della loro identità collettiva, un passato in cui il presente affonda le sue radici. Ciò rende possibile, nella tragedia, la riattualizzazione del mito stesso e dei suoi significati. Gli eventi rappresentati sulla scena sono vissuti come contemporanei da chi li interpreta e da chi li contempla. 
Cratere con Antigone che copre il corpo di Polinice
Il giuramento dei sette capi
Certamente, nella tragedia, il rapporto col mito è di carattere problematico: è una sorta di filtro attraverso il quale lo spettatore è chiamato a riflettere e a interrogarsi su valori, credenze, istituzioni, sulla sua stessa esistenza. È dunque di grande importanza la figura dell’eroe mitico, di cui nella tragedia si fanno rivivere le peripezie e le sofferenze. L’eroe mitico è in se stesso problematico: vivono in lui qualità opposte: coraggio, fermezza, capacità di soffrire, ma anche violenza, follia, orgogliosa tracotanza (ύβρις). Protagonista di un mondo arcaico, che non ha nulla più a che vedere con quello della polis, l’eroe offre tuttavia allo spettatore un esempio paradigmatico della condizione umana.  La tragedia, inoltre,  si differenzia dal mito per un tratto sostanziale: nel mito lo scontro é nel mondo divino, nella tragedia, invece, il piano si sposta sulla violenza tra Dei e uomini e degli uomini tra loro stessi. 

D. Del Corno, "Letteratura greca", Principato, 1992

Siracusa 2017

In occasione del viaggio di istruzione a Siracusa per le rappresentazioni classiche al teatro greco ,  gli studenti della V B e della V Alp...